Giano dell’Umbria

A cura di Matelda Albanesi
GIANO DELL'UMBRIA

Posto ad un’altitudine di 540 metri, il borgo di Giano dell’Umbria si affaccia sulla Valle Umbra da una delle vette della dorsale collinare che chiude, a nord-est, i Monti Martani. In epoca romana, il suo territorio rientrava, parte, nel distretto di Mevania (Bevagna), di cui doveva occupare il settore sud-occidentale, parte nel territorio di Tuder (Todi), in particolare con la zona gravitante attorno al Vicus Martis Tudertium (Massa Martana). Si ritiene possibile che Giano fosse sede di un pagus (villaggio), ovvero di un insediamento rurale già esistente in età preromana, che diviene, in epoca romana, circoscrizione amministrativa.
L’assetto del territorio facente capo a Giano è fortemente condizionato dall’apertura della via Flaminia; compresi tra l’asse viario ed il pagus, alcuni prediali, cioè toponimi derivanti dal nome dei proprietari di fondi agricoli, documentano come la zona fosse intensamente occupata in epoca romana. La principale emergenza del territorio è costituita dalla grande villa in località Toccioli, presso la frazione di Montecchio, di proprietà imperiale, che il rinvenimento di una iscrizione durante scavi recenti ha consentito di attribuire al figlio di un liberto di Giulio Cesare.

La mappa del territorio con i luoghi di interesse archeologico censiti (clicca sul segnalino per aprire la scheda)

Alcune schede

Toccioli, Villa di Rufione

La villa rustica, oggetto di indagine sistematica ad opera della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria, in collaborazione con l’Università di Alicante, a partire dal 2003, era già nota agli studi archeologici a partire dal 1925 per il fortunoso ritrovamento, durante la coltivazione di un uliveto, di un dolio in terracotta e di un cippo in travertino con dedica ai Lari. Ricondotto già al tempo a proprietà imperiale, il complesso, che si calcola esteso per intero su un’area di circa 7000 metri quadrati, si dispone su una bassa terrazza affacciata sul diverticolo occidentale della via Flaminia, nei pressi dell’incrocio tra la stessa e l’antica via per Todi. Attribuito, grazie al rinvenimento di un’iscrizione, a Gaio Iulio Rufione, figlio di un liberto di Cesare, l’edificio risale nell’impianto originario all’epoca tardo-repubblicana, con consistenti restauri in età flavia, e presenta una continuità d’uso fino al IV secolo d.C. Lo scavo ha portato alla luce ambienti pertinenti ad un impianto termale, decorati con mosaici solo in parte conservati; ricco anche l’apparato decorativo parietale, di cui rimangono frustuli del rivestimento in marmo e affreschi.

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